sabato 19 dicembre 2009
Mannaggia a Giannino
sabato 12 dicembre 2009
Linguaggio binario
Premetto che in questo post non credo di dire niente di particolarmente profondo e intelligente. Ho un’età che mi porta ormai a diffidare delle speculazioni filosofiche dilettantistiche. Soprattutto da quando ho letto la Critica della ragion pura di Kant. Quindi quelle che seguiranno saranno solo considerazioni e riflessioni a cuore aperto, indifese dagli attacchi delle critiche.Tutti noi abbiamo un momento della giornata nel quale ci troviamo particolarmente esposti alla riflessione: la sigaretta del dopocena, il viaggio in auto al termine della giornata di lavoro, il telegiornale regionale. A me capita sotto la doccia. Non credo di esagerare se dico che la quasi totalità dei soggetti che poi sono diventati racconti o abbozzi di romanzo sono stati concepiti sotto la doccia (e, detto così, trova una sua giustificazione considerare la scrittura “un parto della mia immaginazione” e non “l’immaginazione di un parto”, una gravidanza isterica che potrebbe essere, al massimo, soggetto di un racconto… ma mi sa che mi sto allontanando troppo dalla costa, meglio ritornare in acque più tranquille, altrimenti sarò il primo a naufragare nella mia stessa scrittura).
Allora, dicevo che il momento della doccia proletargica e preonirica… insomma, quando faccio la doccia prima di andare a dormire la mente, sotto il rilassante picchiettare dell’acqua vaga libera e crea collegamenti, immagini e punti di vista i cui sottili fili continuo a seguire volentieri anche a getto d’acqua spento e accappatoio indossato.
Stasera, per esempio, senza alcuna giustificazione apparente ho cominciato a pensare al cammino della scrittura. A quanto si sia evoluta negli ultimi trent’anni e di come la tecnologia abbia dato la risposta più convincente ad uno dei nodi estetici della critica letteraria: l’apparente povertà del discorso sintetico è un valore o un difetto? L’asciuttezza di George Simenon è più efficace della scrittura magmatica di Ferdinand Celine? Non a caso ho evidenziato in corsivo e colorato in arancione la parola “evoluta”, nella quale risiede il mio personalissimo giudizio sulla questione. Pur preferendo l’economicità all’opulenza, sono convinto che un concetto veicolato da figure retoriche e artifici stilistici sia in grado di stuzzicare alcune zone sensibili al piacere della lettura che la scrittura “diretta” non riesce a raggiungere. Visto che siamo sotto Natale concedetemi questa similitudine: la scrittura sintetica è come un abete, bello ed imponente nella sua geometricità. Ma può diventare ancora più bello e attraente quando viene addobbato e caricato di palline e di luci con mano sapiente. Il nocciolo del discorso (l’abete) è lo stesso, solo che lo scrittore “alla Simenon” lo riproduce nella sua nudità, mentre lo scrittore “alla Celine” se lo immagina arricchito di decorazioni e fili argentati. Non voglio con questo esprimere un giudizio né su Simenon né su Celine, autori di due dei romanzi che hanno segnato la mia storia di lettore: Lettera al mio giudice è, al pari di Viaggio al termine della notte, una lezione di speleologia della psiche umana che non ha uguali nella storia della letteratura europea del Novecento. Il mio è solo un tentativo di descrivere due modi di scrivere per arrivare a dire che la tecnologia è arrivata a imporre il proprio punto di vista sulla questione obbligandoci ad iniziare a pensare in stile sms.
In meno di 200 caratteri, spazi e punteggiatura compresi, l’sms ci costringe:
1. ad esprimere il proprio pensiero
2. ad essere esaustivi
3. ad essere intellegibili al destinatario del messaggio
perché gli sms costano (e in Italia più che ovunque nel mondo, ma questa è una polemica che lascio volentieri ad altri) e non sempre le cose da dire sono inscatolabili nello spazio angusto di un paio di centinaio di caratteri. Se escludiamo i vari tentativi di ottimizzare lo spazio (scrittura senza spazi e punteggiatura, uso raro e ridotto all’essenziale delle vocali, con effetto codice fiscale, acronimi più o meno pronunciabili, simboli che evocano stati d’animo o intenzioni sottese) l’sms come forma di comunicazione che sta prendendo sempre più campo e assumendo sempre maggiore importanza sta costringendo i professionisti della scrittura (ma anche chi semplicemente mal si adatta alla repentina mutazione ortografica, sintattica e grammaticale della lingua scritta) a confrontarsi con questa l’immediatezza del messaggio.
Possiamo dunque dire che l’sms si muove verso la sublimazione della comunicazione e che costringe la lingua a spogliarsi di tutto ciò che non è essenziale alla trasmissione sostanziale del messaggio? Nel mio piccolo io mi sento di dire di sì. Certo, la letteratura e la poesia sono altra cosa dalla semplice trasmissione di un messaggio, ma ciò non esclude che poeti e scrittori non si vogliano – ma soprattutto non si debbano – confrontare con uno stile di scrittura che miliardi di persone usano praticamente ogni giorno.
Dalla tecnologia, inoltre, stiamo ereditando un modo di pensare, ragionare e vedere le cose che ci fanno incamminare sul percorso inverso rispetto al lavoro degli ingegneri informatici. Fin dalla prima progettazione dei computer l’esigenza principe degli ingegneri è stata tradurre il codice binario, il linguaggio macchina (che parcellizza i problemi fino a ridurli a domande che richiedono solo una risposta positiva, identificata dal numero 1, o negativa, rappresentata dal numero 0), in un linguaggio comprensibile all’uomo. Adesso, invece, l’esigenza di immediatezza della comunicazione, la spoliazione di tutto ciò che sembra accessorio, fino ad intaccare la struttura fondamentale della parola e tutto il processo di miniaturizzazione della comunicazione, portano a pensare che anche il modo di ragionare costituisca una sorta di diastole tecnologica, con l’uomo che sta imparando a ragionare come le macchine dopo decenni di sistole in cui si cercava il modo di far ragionare la macchina come l’uomo.
Questa mutazione del pensiero, però, mi viene il sospetto che sia una specie di ritorno alle origini, quando la scelta era sopravvivere o soccombere e gli scrupoli morali, la considerazione di un diverso punto di vista, l’elaborazione di un’alternativa potevano aspettare. Anche la narrativa e la scrittura in genere sembra aver imboccato questa strada: seppure nella scrittura di invenzione, semplificando al massimo, lo scrittore compie sempre delle scelte alternative, con l’accensione o lo spegnimento di risposte che implicano l’una l’esclusione dell’altra, è pur vero che il “Se” ipotetico è alla base di ogni invenzione narrativa. E che, come “big bang” fantastico, esclude geneticamente l’aderenza alla realtà. Che sappiamo bene non essere di natura binaria.
Ora, la questione finale è: può la scrittura essere ridotta ad una serie di scelte binarie? Io penso di no. Sarà dunque per questo che la narrativa contemporanea soffre di orizzontalità? Tende cioè, a rimanere troppo in superficie e solo in rari casi accetta la scommessa della verticalità. Non dico che nel Ventunesimo secolo si debba replicare l’esperienza del romanzo russo dell’800 (il tempo è passato non a caso), magari una maggiore riflessione su cosa debba essere la letteratura, se specchio dei tempi o punto di rottura evoluzionistico con gli stessi, sarebbe caldamente richiesta.
… un momento… ho appena proposto un’alternativa binaria… allora è vero che… ci sono al mondo 10 tipi di persone: quelle che capiscono il linguaggio binario e quelle che non lo capiscono.
mercoledì 11 novembre 2009
Il fuoco di Belesugen
- Offre la casa. – mi disse appoggiando sul tavolo un boccale di birra di mele.
Ero salita in sella all’alba: il monastero di Belesugen è lontano e già mi stanno aspettando. Ho attraversato il deserto roccioso di Hdreas senza mai fermarmi. Nella tundra ho fatto riposare il cavallo all’ombra delle colonne di Mertusag. Da quando sono ripartita mi sono fermata solo fuori da questa locanda. Mi sento così polverosa che anche l’anima sembra esserne ricoperta. Avrei bisogno di un bagno caldo e di dormire. Mi sento gli occhi impastati e pesanti come i macigni di Melsor. Ma l’oste sembra aver capito che ho bisogno soprattutto di bere e mangiare.
Il primo boccale mi serve per spegnere l’arsura: non sento nemmeno il gusto della birra. Ingoio tutto d’un sorso e solo quando sbatto il boccale di legno sul tavolo mi accorgo che l’oste è ancora dall’altra parte del tavolo, in piedi, che si sta asciugando le mani al grembiule. In risposta al mio ringraziamento si siede sullo sgabello.
- Tra poco arriverà lo stufato di cervo.
- Grazie. – e faccio per sciogliere il sacchetto degli imperiali dal mantello.
- No, la prego. – mi anticipa – Stasera lei è mia ospite.
- La ringrazio ma non posso accettare tanta generosità. Non si faccia ingannare dall’aspetto, non sono ricca, ma ho di che pagare da bere, da mangiare e da dormire a tutti i suoi clienti di stasera.
Nell’angolo più buio della locanda quattro cacciatori stanno giocando a dadi, urlando e bestemmiando. Poco distanti da noi un falconiere con un giovinetto, presumibilmente un suo apprendista, stanno mangiando conversando e ridendo. Al tavolo alle spalle dell’oste due guerriere con i capelli intrecciati al modo della setta di Imsar e una sacerdotessa con la tonaca verde dell’ordine delle caremitensi stanno studiando una cartina che tengono stesa sul tavolo, discutendo sulla via più sicura da seguire. Non si può certo dire che la locanda sia affollata. Dall’ampiezza del locale e dal numero di tavoli in sala s’intuisce che il locale ha conosciuto giorni migliori. Ma da quando l’imperatore è morto senza lasciare eredi e il regno è insanguinato dalla guerra di successione, chiunque può dire di aver conosciuto giorni migliori.
- Non lo metto in dubbio, – continua l’oste – ma la prego di accettare la mia ospitalità. E – aggiunge al mio accenno di replica – se proprio vuole ricompensarmi in qualche modo, mi dedichi un po’ del suo tempo.
Aspetta qualche secondo per gustarsi il mio smarrimento.
- So che è stanca e che avrebbe bisogno di dormire, ma le chiedo solo di ascoltare una storia. Le prometto che non sarà lunga: giusto il tempo di bere un altro paio di boccali di birra e saziarsi con lo stufato di cervo.
Una storia…
- Lei è una guerriera del sacro monastero di Belesugen.
Istintivamente porto la mano sulla medaglia che tiene chiuso il mantello. Come ha potuto riconoscermi? Viaggio in incognito, vestita come un messo. Come ha potuto riconoscere l’ideogramma segreto del fuoco di Belesugen? Solo dalla morte dell’imperatore siamo costrette a viaggiare travestite e portare la spilla con il nostro simbolo sacro per poterci immediatamente individuare quando ci incontriamo.
- Ho visto per la prima volta l’ideogramma del fuoco di Belesugen molti anni fa, quando ancora avevo la testa folta di capelli neri.- Si passa sorridendo triste una mano sui pochi capelli grigi che gli sono rimasti sopra le orecchie e sulla nuca. – Mio padre era morto da poco e mia madre… mia madre chissà dov’era. Non l’ho mai conosciuta se non attraverso la parole di mio padre, che parlava di lei come di una viandante figlia di qualche dio marino. Diceva che sapeva di sale, i suoi capelli erano sinuosi ed irrequieti come le onde del mare e i suoi occhi erano la memoria dell’oceano. Sin da bambino avevo aiutato mio padre: andavo a lavare le stoviglie al fiume, davo il fieno e l’acqua ai cavalli nella stalla, bollivo le lenzuola dopo che i clienti se ne erano andati. Quando sono rimasto l’unico proprietario della locanda è solo raddoppiato il lavoro da svolgere, perché già conoscevo tutto del nobile mestiere di oste.
Una donna corpulenta e visibilmente affaticata arriva al nostro tavolo con lo stufato e un boccale di birra.
- Grazie Modach – la gratifica l’oste – puoi andare a dormire, se vuoi. Pulisco io la cucina.
La donna pare ricadere su se stessa per il sollievo, ringrazia a sua volta, ci augura la buonanotte e sale con passo pesante la scala che porta alle camere.
- È Modach – mi informa l’oste – una povera vedova della guerra delle felci, con quattro figli. Un’ottima cuoca: lei cucina per i miei clienti ed in cambio insegno ai suoi bambini a leggere e scrivere. Da quando è morto l’imperatore è venuta ad abitare qui, l’unico posto veramente sicuro della regione. Se non altro essere proprietario di questa locanda ha il vantaggio dell’incolumità. Chiunque attraversa la foresta di Ocram deve fare sosta qui. Non c’è cavallo che abbia sufficiente forza e sia abbastanza veloce da attraversare tra l’alba e il tramonto l’intera regione. E tutti sanno che non è consigliabile viaggiare di notte o bivaccare all’aperto nella foresta di Ocram. Chi ci ha provato non ha potuto raccontarlo. A chi gioverebbe, dunque, distruggere l’unico ricovero nel raggio di duecento leghe? Nessuno è così pazzo da chiudersi l’unica porta sempre aperta nel suo prossimo viaggio attraverso la foresta. Perché lei lo sa, vero, che questi alberi custodiscono un incantesimo? Molti la considerano una maledizione, perché nemmeno la più intrepida amazzone imperiale s’inoltra nella regione di Ocram a cuor leggero. Ma a me piace pensare all’inevitabile ritorno all’ombra grave di questi alberi come ad un incantesimo. Forse perché il cielo che s’intravede tra il fitto fogliame è l’unico cielo che abbia mai visto e ai rumori ed odori di questo sottobosco mi sono affezionato. Vedo la bellezza laddove molti trovano inquietudine e pericolo. O forse per un più semplice e concreto tornaconto commerciale – ed abbraccia con un gesto delle braccia l’intera sala – non riesco a considerare l’irresistibile richiamo della foresta di Ocram, che chiede a chi l’attraversa di calpestare in direzione opposta i propri passi, una maledizione.
- Bene – continuò dopo una pausa – adesso che la fiera crudele della fame non la distrae più e può gustarsi la cucina di Modach, posso continuare a raccontare la mia storia.
Ero dunque rimasto solo ad occuparmi della locanda. Devo ammettere che, nonostante fossi nato tra barili di birra e pentole, i primi tempi non furono facili. Allora lo sguardo dell’imperatore arrivava anche nell’angolo più oscuro e nascosto del regno e nessuno osava violare lo stato di pace che l’imperatore aveva decretato il giorno della sua incoronazione. Le foreste e le strette gole della montagna di Utor erano affollate di mercanti, viandanti e pellegrini perché di più niente c’era da temere. La locanda ogni sera si riempiva di clienti stanchi ed affamati. Per me era difficile riuscire ad accontentare tutti, ma mai nessuno si è lamentato dei miei servizi.
Una mattina di inizio estate, quando il fitto fogliame non riesce ad arginare l’accecante esuberanza del sole, tutti gli ospiti della notte avevano ormai ripreso il loro cammino. Io stavo preparando la locanda ad accogliere i volti e le voci sconosciute che la sera Dio avrebbe fato approdare al mio locale. Quando sentii un mesto rumore di zoccoli. Come anche lei ben sa la mia locanda non è sulla via dei mercanti, che porta direttamente dalla capitale dell’impero alle regioni del mare. La strada che porta a questo rifugio, inoltre, muore nel fiume qua dietro, in un punto che non può essere guadato né navigato a causa delle forti correnti e dei massi affioranti. Non era normale, insomma, che qualcuno arrivasse alla locanda prima che il sole avesse cominciato la sua discesa dallo zenith. A meno che non fosse un ospite della notte appena trascorsa che si era dimenticato qualcosa in camera. Ma avevo già pulito tutte le camere e in nessuna avevo trovato oggetti smarriti. Eppoi il passo del cavallo di chi ripercorre la sua strada per recuperare una distrazione non è malinconico come quello che sentivo. Sbirciai dalla finestra e vidi avvicinarsi un cavallo stremato dalla fatica, cavalcato da una donna abbandonata sulla groppa dell’animale come se fosse morta.
Si svegliò la mattina del giorno dopo. Durante la notte aveva delirato gridando parole incomprensibili che nessuno dei miei ospiti, nonostante nella mia locanda si parlassero tutti gli idiomi del regno, era riuscito ad interpretare. La febbre non era ancora passata. La donna si portò una mano alla gola per farmi capire che aveva sete. Ogni suo gesto sembrava richiedere uno sforzo grandissimo: il solo tenere aperti gli occhi la spossava. Riuscì a bere un paio di sorsi dell’acqua aromatizzata che le porsi. Poi, sollevata, reclinò la testa e si riaddormentò.
La sera, mentre stavo pulendo la sala, sentii dei passi strascicati al piano di sopra. Mi voltai verso le scale e c’era lei, il volto di un pallore spettrale, accentuato dalla tenue luce che dalla sala penetrava fino al piano superiore. Feci appena in tempo a salire di corsa ed evitarle di rotolare giù. Balbettò qualcosa su un’importante missione che le era stata affidata prima di svenire. Rimasi tutta la notte accanto al letto. Il mio letto, dove già dal suo arrivo l’avevo fatta riposare. Nel sonno riprese a parlare nella lingua sconosciuta che avevo sentito durante il delirio del giorno prima. Mi accorsi che stava recitando delle formule magiche, o forse delle preghiere, e accompagnava le parole con dei gesti. La feci bere più volte e curai la febbre, che stava abbassandosi velocemente, con impacchi di acetolo bilioso.
La mattina, dopo che se ne fu andato l’ultimo ospite della notte, mi addormentai sul tavolo della cucina mentre asciugavo le stoviglie. Mi svegliò Orue, il corriere postale che passa ogni settimana. Salii in camera a vedere come stava la mia ospite, ma trovai il letto vuoto. Scesi di corsa nella stalla: il suo cavallo non c’era più. Se ne era andata in silenzio, così com’era arrivata. Non avevo avuto neanche il tempo di rivolgerle la parola. Rientrato nella locanda vidi un sacchetto appoggiato sul bancone. Conteneva 24 imperiali, due volte e mezzo l’incasso della migliore delle giornate.
Mi ero preso cura di quella dona per tre giorni ed avevo avuto tutto il tempo di ammirare la sua bellezza. Era molto giovane, forse più giovane di me. La febbre e la pelle bruciata dal sole non riuscivano a nascondere la freschezza della sua pelle. Nei pochi momenti che aveva tenuto gli occhi aperti ci avevo letto solo una disperata richiesta d’aiuto. Le arcane formule che aveva recitato mi risuonarono in testa per giorni e giorni, nei quali mi sentivo intossicato dalla sua presenza, che non voleva lasciarmi nemmeno quando dormivo. La sognavo che mi chiedeva aiuto, tendendo le braccia a me, mentre un’oscura forza la trascinava lontano. Ed io, per quanto corressi, non riuscivo a raggiungerla. Anzi, più mi affannavo a correre più si allontanava da me. Quando mi fermavo tornava ad avvicinarsi, fin quasi a toccarmi. Io gridavo le formule che avevo imparato da lei, ma non serviva a niente.
Alla fine dell’estate, quando avevo già da qualche tempo smesso di aspettare, con il sole alto sullo zenith, lo scalpiccio degli zoccoli del suo cavallo, successe una cosa mai verificatasi prima: quando il cielo da rosso si incupì nel nero della notte scoprendo le stelle, la locanda era ancora vuota. Nessun viandante sembrava, quel giorno, essersi avventurato tra gli ombrosi sentieri della foresta di Ocram. Nei fui molto meravigliato e mi domandai quali nuove avrebbero portato gli ospiti i giorni successivi. Perché qui alla locanda sappiamo tutto ciò che accade nel regno. Magari con qualche giorno di ritardo, ma non c’è matrimonio né guerra di cui non si parli alla locanda. Ne approfittai per godermi il vento fresco della notte e, cullato dal mormorio del fiume, mi addormentai seduto sullo scalino della veranda. Mi svegliai non so quanto tempo dopo, avvolto in un pesante mantello di lana. In piedi davanti a me una guerriera del sacro monastero di Belesugen.
“Salve buonuomo” mi salutò con un forte accento straniero “posso essere ricoverata presso la tua locanda per questa notte?” mi chiese in uno strano stile ampolloso al quale non ero abituato.
Le risposti che ero ben felice di dare il benvenuto al primo ospite della giornata.
Alla luce della lampada la riconobbi: era la donna che avevo soccorso. E lei sorrise della mia sorpresa.
“Questo è un giorno di ristoro per lei” mi disse, anticipando ogni mia intenzione di dire qualcosa “si segga e faccia conto di essere un ospite della sua taverna. No, non dica niente, riposi le sue membra. Parleremo quando la tavola sarà imbandita”.
Andò in cucina e preparò la cena: zuppa di cardi, cinghiale in umido e un dolce a base di nocciole che mai avevo mangiato. Mentre cenavamo potei finalmente parlarle e, simile ad un fiume che, per troppo tempo imbrigliato nella cataratta di una diga, quando viene finalmente lasciato libero di riprendere il proprio cammino, corre per cercare di recuperare il tempo perduto, inondando e devastando l’alveo inaridito, le raccontai i miei giorni da quando se ne era andata senza salutare. Scoprendo, nella narrazione, pensieri che solo allora affioravano. Lei mi ascoltò in silenzio, consumando con calma la sua cena. Quando smisi di parlare il fuoco del camino era diventato tenue bagliore di tizzoni e il fresco vino di Scerodian, spillato direttamente dalla botte, si era scaldato e aveva perso gran parte del suo carattere frizzante.
Si deterse in silenzio la bocca e le mani, con gesti precisi e misurati, come se eseguisse un rituale. Quando ebbe finito mi disse solo:
“Lo so”.
Sentii le se parole lontane, le capii a fatica. La testa era pesante e gli occhi mi si chiudevano per la stanchezza. Tanto che, pur vedendo che stava parlando, non riuscii a capire cosa stesse dicendo.
Quando mi risvegliai ero nel mio letto. Non era ancora l’alba: non un raggio di luce filtrava dalla finestra. Ero immerso nel buio più completo, perfettamente sveglio e riposato, come se avessi dormito per tre giorni. Feci per alzarmi, ma due mani mi si appoggiarono sul petto e mi impedirono di farlo. Lo stoppino della lampada prese fuoco: mi accorsi allora di essere completamente nudo. Lei era seduta sulla sponda del letto. Mi fece segno di stare zitto e mi baciò sulla bocca. Mai nessuna donna l’aveva fatto prima e mai nessuna l’ha rifatto dopo quella notte.
Mi prese poi le mani e me le portò ai lacci che le chiudevano sul petto la tunica da guerriera. Mentre le scioglievo i nodi mi sentivo goffo ed impacciato. Il folle rullare del cuore rendeva difficile mantenere il controllo delle mani. Nel frattempo lei si stava slegando la complicata pettinatura che le teneva raccolti i capelli. Quando finalmente le feci scivolare lungo le spalle la tunica, lasciando anche lei completamente nuda, fece cadere i suoi lunghi capelli, che alla luce della lampada balenavano di riflessi rosso mogano, lungo la schiena. Mi invitò ad alzarmi e questa volta fui io a baciarla. La baciai e la accarezzai con calma, cercando di tenere a freno il drago che mi graffiava le viscere e mi sputava fuoco dentro la testa.
“L’ideogramma del fuoco di Belesugen.” mi disse quando, baciandole l’ombelico, ebbi un attimo di esitazione “A tutte le guerriere del sacro monastero di Belesugen viene tatuato intorno all’ombelico. A nessuno, né uomo né donna, è dato vederlo. Chi lo ha visto è morto”. Percepì con un sorriso il mio brivido. “Ma cosa c’è di più simile alla morte dell’amore?”.
Mi accarezzò i capelli, poi mi trasse a sé e compresi quanto vere fossero le sue ultime parole.
L’oste fa una pausa e si asciuga furtivamente due lacrime che gli hanno incrinato le ultime parole.
- Quel simbolo – continua – era lo stesso che lei ha appeso al mantello… ecco perché l’ho subito riconosciuta, anche se sta viaggiando in incognito. – Si alza e va a riempire di birra il boccale. – Sicuramente vorrà sapere com’è andata a finire la storia. – riprese – Ebbene: la storia è già finita. Lei era una guerriera, sempre in viaggio da una regione all’altra dell’impero. Io un oste che non ha mai visto cosa ci sia al di là della foresta di Ocram.
“Sarò sempre con te” mi disse quando partì. Ma crede che mi potesse bastare? Non mi aveva detto niente che non sapessi già: lei era rimasta con me dal momento che era scomparsa la prima volta. Ma io: io sarei stato sempre con lei?
Qualche tempo dopo, quando il risentimento del momento era stato ormai soffocato dal doloroso ricordo di lei, successe qualcosa. Una notte sognai di stare a parlare con un uomo con un solo orecchio davanti al camino della locanda. La sera dopo, poco prima del tramonto, entrò nella locanda l’uomo del sogno e mi disse che mi portava notizie della guerriera di Belesugen. Rimanemmo a lungo a parlare davanti al camino, mentre gli altri ospiti erano a letto, proprio come nel sogno. Passò poco tempo prima che sognassi di trovare tra l’erba nel prato di fronte alla veranda un bracciale di cuoio ricamato con fili d’oro. Il giorno dopo diedi ricovero a un mendicante che volle ricompensare la mia generosità donandomi quello stesso bracciale di cuoio. In seguito sognai di inseguire un cervo in sella ad uno splendido cavallo pezzato, che la mattina trovai ad abbeverarsi al fiume.
Finalmente capii che le parole di lei non erano di circostanza e che lei era veramente lì, insieme a me, e in sogno mi diceva dove cercarla. Così ho amato la sua presenza per tutti questi anni.
Nove mesi fa, però, è morta. Una canzone che non ho mai sentito, cantata nella lingua che lei parlava nel delirio, ha iniziato a suonarmi nella testa. Ed ho capito che lei non era più con me. Per nove mesi la canzone mi ha accompagnato nella veglia. Da nove mesi non sogno più. Quando ho visto il suo medaglione la musica è sparita, la voce ha smesso di cantare.
Quale altra forma prenderà adesso il ricordo di lei?
L’oste si alza e si pulisce le mani al grembiule.
- Spero che lo stufato sia stato di suo gradimento. La sua stanza è pronta. Le ho fatto preparare anche una tinozza con l’acqua calda, se desidera fare un bagno. Buonanotte e grazie per aver ascoltato la mia storia.
Mi guardo intorno: la sala, ormai nella penombra per il consumarsi delle lampade, è vuota. Faccio per richiamare l’oste, ma non ne ho l’animo.
Avrei voluto rassicurarlo che la donna che gli aveva fatto conoscere l’amore non è morta, perché le guerriere del sacro monastero di Belesugen sono immortali.
Avrei voluto dirgli che la donna che aveva amato lo aveva ricambiato più di quanto si immaginasse, perché per lui ha sacrificato la verginità che le guerriere consacrano a Belesugen.
Che la sua amante era stata costretta a lasciarlo perché ogni quarant’anni le guerriere di Belesugen vengono portate in mezzo al deserto roccioso per rinascere da se stesse e recuperare la giovinezza perduta. Una lenta metamorfosi che dura nove mesi e che muta profondamente l’aspetto della consacrata al dio.
E che il canto che in tutto questo tempo ha sentito non era una trenodia, ma il disperato sforzo della sua amante di mantenere un contatto con lui.
Ma niente di tutto questo gli dico: il racconto del nostro amore è stato il suo modo di dirmi addio. E nessun immortale, per puro egoismo, ha il diritto di corrompere l’unico tesoro che l’oste si sarebbe portato nel viaggio oltre la morte.
sabato 31 ottobre 2009
Dignità e giustizia
Un uomo, prima ancora di uno scrittore, che in tutta la sua vita mai è sceso a compromessi, anche a costo della propria salute. E della propria vita.
Non voglio qui fare un riassunto della sua intensa vita. Vorrei solamente focalizzare l’attenzione su un momento della sua attività giornalistica: quando si mise contro l’uomo politico più potente e influente dell’immediato dopoguerra: Alcide De Gasperi. Non voglio nemmeno stare a ricordare la vicenda (che potete trovare qui, qui e qui), il protagonista assoluto di questo post è l’uomo Giovannino Guareschi e la sua esemplare integrità.
Dopo il processo-lampo nel quale l’unica testimonianza considerata udibile e attendibile fu quella di De Gasperi, Guareschi aveva, naturalmente, la possibilità di ricorrere in appello. Lui, però, rifiutò categoricamente con argomentazioni che possiamo tranquillamente definire ormai superate.
No, niente Appello. La mia dignità di uomo libero, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in questo caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza.
Dice Guareschi sul “Candido” il giornale da lui diretto e dal quale tutta la questione De Gasperi si era svolta. Articolo che conclude con una tra le più belle e dignitose frasi che un uomo nella sua condizione abbia pronunciato.
Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione.
Quanto mi piacerebbe sentire non questa frase, ma un qualcosa che gli assomigli anche lontanamente, da persone che, più di ogni altra, per le scelta di vita che hanno fatto, dovrebbero avere (e insegnare ad avere) rispetto per la Giustizia e la Magistratura. Sto parlando, è evidente, dei politici, sempre pronti a stringere il nodo del cappio quando l’avversario è in difficoltà, ma ancor più pronti a screditare e delegittimare il lavoro dei magistrati quando sono coinvolti in prima persona. E’ automatico che il pensiero, in questi giorni, corra a Berlusconi e alle sue infelici, per usare un eufemismo, uscite sui giudici e sulla verità che dovrà necessariamente venire a galla in cassazione. Non gli sono bastati due gradi di giudizio sfavorevoli per deporre un po’ di arroganza. Evidentemente la coscienza di Berlusconi oggi, ma di D’Alema, Prodi e un elenco sterminato di politici nel passato più o meno remoto, non parla la stessa lingua della coscienza di Guareschi. Mi viene da chiedermi: se questi personaggi non hanno rispetto per la Magistratura e non credono alla serietà del lavoro dei giudici, perché continuano a stare in politica? Chi vogliono rappresentare? Se sono loro i primi a sospettare che la Giustizia, in Italia, non è credibile, in cosa devono sperare i comuni cittadini che non hanno certo le spalle solidamente coperte dei politici?
Giovannino Guareschi è stato, e non ho dubbi in merito, uno dei più acuti, profondi e lucidi intellettuali del Novecento, un talento eclettico e vulcanico. Dai suoi scritti e i suoi capolavori grafici e vignettistici trasuda un’umanità che sembra ormai antiquariato, ma che, al contrario, è l’ornamento dell’uomo con la schiena diritta. E la sua lezione di dignità e onestà è la più disarmante delle risposte all’arroganza degli uomini di potere di qualsiasi colore.
mercoledì 28 ottobre 2009
Tecnica e interpretazione
Il video che apre questo post mi torna comodo per esemplificare una difficoltà che spesso trovo nel mio lavoro di agente letterario. Spesso, gli aspiranti autori o gli esordienti che si rivolgono alla nostra agenzia letteraria affermano, a difesa del loro dattiloscritto, che è scritto in italiano corretto. A parte il fatto che molto spesso non è così - ma questo potrebbe essere argomento di un altro post, se non di una serie di post (e mi propongo di farne a breve uno sulla punteggiatura, questa sconosciuta) - il saper scrivere in italiano corretto non è il primo passo per diventare scrittori. Altrimenti scrittori come Pirandello e Svevo, solo per rimanere ad un livello alto, non sarebbero mai stati ammessi sulle antologie letterarie, visto che il loro italiano non è certo quello cesellato e laccato di un D'Annunzio o quello meditato e ordinato di Manzoni. Negli ultimi decenni, poi, la straordinaria accelerazione tecnologica impressa dai computer e da internet in particolare ha investito anche il modo di parlare, di esprimersi e di comunicare, intaccando sensibilmente anche la grammatica italiana, da sempre un organismo in movimento ma che, negli ultimi tempi, è stata costretta a... fare un po' di corsetta, diciamo.
Quello che noi cerchiamo in un testo non è tanto la correttezza grammaticale, se la scorrettezza e la vicinanza alla lingua parlata (sgrammaticata per difetto genetico) è funzionale al successo del romanzo, e non è nemmeno il plot di sicuro effetto, la storia vincente.
La storia può essere semplice, semplicissima, quasi banale. La lingua può essere la più ricca o la più sciatta e trasandata, ma se il tono del romanzo è quello giusto, se l'autore riesce ad affrontare il proprio progetto facendo un lavoro ragionato, consapevole e, soprattutto, che sia vincente per la storia che vuole raccontare, allora l'agente letterario, l'editore e il lettore saranno disposti a perdonargli errori e infrazioni.
Il video che ho inserito all'inizio del post è, torno a ripetere, un esempio perfetto di quello che sto cercando di dire: Emma, la prima ragazza che canta, la bionda, non ha certo una voce tecnicamente perfetta. Anzi, ha tutt'altro che quella che si definisce una "bella voce". Come, al contrario, ha Arianna, la mora. Ma è evidente che Emma ha saputo leggere la canzone oggetto di sfida meglio di Arianna e non è difficile immaginare quale delle due possa avere vinto. E questo nonostante la tecnica e la precisione siano dalla parte di Arianna. Così come se solo gli intonati e i tecnicamente forti avessero fatto la storia della musica italiana ci saremmo persi campioni del calibro di Vasco Rossi, Gianna Nannini e Luciano Ligabue, che ci hanno regalato veri e propri capolavori, allo stesso modo uno scrittore non ha bisogno di un bagaglio di conoscenze grammaticali e narratologiche superiore alla media per scrivere un capolavoro. Altrimenti saremmo costretti a gettare al macero uno scrittore come Mauro Corona (e non mi sembra proprio il caso). Lo scrittore ha bisogno, quando ha una storia che gli gira per la testa, di trovare il modo giusto per raccontarla, per comunicarla. Insomma, per convincere il lettore che quello che ha tra le mani è un libro che merita di essere letto. E non tanto per la storia che si racconta, quanto per il modo che lo scrittore ha trovato per renderla originale e unica.
Purtroppo, però, nel mio lavoro quotidiano di agente letterario sono rari, rarissimi gli scrittori che hanno preso coscienza di questo principio fondante della narrativa. Così la mia casella di posta elettronica è invasa da decine di mail dove gli aspiranti scrittori sfogano tutta la loro frustrazione per un giudizio negativo denunciando la correttezza formale e strutturale dei loro scritti.
Non nascondo che spesso mi verrebbe da rispondere a queste persone con una domanda semplicissima: quanti libri leggete in un anno? Ma anche questo mi rendo conto che è argomento delicato, che meriterebbe un post tutto per sé.
giovedì 22 ottobre 2009
Per caso
Una riga di cipresso
spacca in due il colle
il bambino si nasconde
dietro il tronco
a riposare la fatica
di una salita troppo ripida
per due gambe di otto anni
e una bicicletta sempre più pesante
ad ogni giro di pedale.
Il nonno guarda
con orgoglio
il muto rumore
dei pini ier l'altro piantati
con fierezza
l'ansimante energia
del nipote.
Nel ventre ruvido e rigonfio
della maceria muschiata dal tempo
scorre un'estate
dal passato maggiorenne
la scoperta fantastica
dello sguardo nervoso e diffidente
della lucertola
il richiamo ancestrale
tramandato nei millenni
di ape in ape
il verde diseguale
che ha già in sé
il giallo del frumento
l'acuto e caldo dolore della spina
sentinella del frutto
che disseta il desiderio
dolce di dolce
curiosità del bambino.
Il silenzio
onda uguale e monotona di filo spinato
scoraggia il tempo
che non conosce il luogo.
Rughe intonse
comandano vie per gomme doloranti
e violentano
prati
boschi
pascoli
campi
che subito abbracciano
in serena indifferenza.
Il profumo dei colori sinuosi
incanta la mano
che carezza il sole
in riposo su un ciottolo di vetro
ogni graffio un giorno
unico testimone
di un tempo che non c'è.
Lo sguardo miope
rovista
scava
spolvera
fino a riconoscere
allo zenith dell'orizzonte
per caso
la conchiglia fossile
lasciata da un mare improbabile
lontano chilometri
forse dimenticato
ma sempre presente
nell'invisibile vento.
lunedì 19 ottobre 2009
Le prefiche del teatro (e dintorni)
Sintetizzando al massimo il mondo degli artisti teatrali e dei cineasti ha lanciato l'ennesimo grido d'allarme contro la libertà di espressione artistica, sfociata nella pacata ma ferma condanna della lettera aperta al ministro Bondi da parte di una lunga lista di operatori dello spettacolo. Un piagnisteo generale che, nei teatri estivi, ha fatto sentire la sua voce prima dell'inizio degli spettacoli, con attori e registi che salivano sul palco a mendicare solidarietà per un atto che prepara un colpo di stato ormai da quindici anni imminente.
Ma non voglio buttarla in politica. O, per lo meno, non voglio impelagarmi in considerazioni di bassa e retorica politica. Già dal titolo del post e da queste poche righe chi ha orecchi per intendere ha capito come la penso politicamente.
Quello di cui mi meraviglio in questo post è la sfacciataggine e la mancanza di dignità e pudore degli "operatori dello spettacolo". Se tanti e tali artisti avessero un minimo di amor proprio e di rispetto per la propria arte, non starebbero a mendicare consensi e a piangere miseria, ma si rimboccherebbero le maniche e cercherebbero di fare quello che fa la stragrande maggioranza degli italiani (e dei cittadini di ogni paese del mondo): cercherebbero di guadagnarsi il pane. Perché se un artigiano non riesce a vendere i suoi prodotti è costretto a chiudere e se uno spettacolo non lo va a vedere nessuno a nessuno importa perché tanto le spese sono state già ampiamente coperte dai contributi statali? Perché se un negoziante non ce la fa a pagare l'affitto e le utenze mensili chiude bottega mentre i cineasti ingrassano con finanziamenti a pioggia per film che non stanno nelle sale più di un fine settimana?
Il teatro e il cinema dovrebbero vivere di se stessi. Ci si lamenta perché la gente non va più a teatro e ad ogni occasione attori e registi non fanno che raccomandarsi, nelle generose interviste televisive, di andare a vedere i film italiani, ma di chi è la colpa se teatri e cinema sono vuoti? Da quanto tempo non viene più scritto un copione teatrale di successo? Mentre i film italiani sono o ripetitivi nel loro pseudoimpegno politico e ideologico, o drammaticamente comici, con megaspot di multinazionali che trasudano da ogni scena.
Insomma, in poche parole: che fine hanno fatto il teatro e il cinema italiano? La colpa, naturalmente, è della televisione e dell'omologazione da reality show, ci dicono i santoni dello spettacolo. La verità è, invece, che il teatro e il cinema da ormai diverse decine di anni dorme i sonni tranquilli del sovvenzionato statale, lui sì carnefice della creatività. Ce lo diceva già Villon nel XV secolo: la fame è la più grande fonte di ispirazione per il poeta. E allora ben vengano le vacche magre per lo spettacolo italiano: sarebbe un atto di amore nei confronti del teatro e del cinema.
.jpg)






