sabato 31 ottobre 2009

Dignità e giustizia


Mio malgrado oggi parlerò di Berlusconi (o, meglio, parlerò anche di Berlusconi). Perché soprattutto, in questo post, vorrei parlare di dignità, di rispetto e di onestà. In due parole: di Giovannino Guareschi.
Un uomo, prima ancora di uno scrittore, che in tutta la sua vita mai è sceso a compromessi, anche a costo della propria salute. E della propria vita.
Non voglio qui fare un riassunto della sua intensa vita. Vorrei solamente focalizzare l’attenzione su un momento della sua attività giornalistica: quando si mise contro l’uomo politico più potente e influente dell’immediato dopoguerra: Alcide De Gasperi. Non voglio nemmeno stare a ricordare la vicenda (che potete trovare qui, qui e qui), il protagonista assoluto di questo post è l’uomo Giovannino Guareschi e la sua esemplare integrità.
Dopo il processo-lampo nel quale l’unica testimonianza considerata udibile e attendibile fu quella di De Gasperi, Guareschi aveva, naturalmente, la possibilità di ricorrere in appello. Lui, però, rifiutò categoricamente con argomentazioni che possiamo tranquillamente definire ormai superate.


No, niente Appello. La mia dignità di uomo libero, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in questo caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza.


Dice Guareschi sul “Candido” il giornale da lui diretto e dal quale tutta la questione De Gasperi si era svolta. Articolo che conclude con una tra le più belle e dignitose frasi che un uomo nella sua condizione abbia pronunciato.


Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione.


Quanto mi piacerebbe sentire non questa frase, ma un qualcosa che gli assomigli anche lontanamente, da persone che, più di ogni altra, per le scelta di vita che hanno fatto, dovrebbero avere (e insegnare ad avere) rispetto per la Giustizia e la Magistratura. Sto parlando, è evidente, dei politici, sempre pronti a stringere il nodo del cappio quando l’avversario è in difficoltà, ma ancor più pronti a screditare e delegittimare il lavoro dei magistrati quando sono coinvolti in prima persona. E’ automatico che il pensiero, in questi giorni, corra a Berlusconi e alle sue infelici, per usare un eufemismo, uscite sui giudici e sulla verità che dovrà necessariamente venire a galla in cassazione. Non gli sono bastati due gradi di giudizio sfavorevoli per deporre un po’ di arroganza. Evidentemente la coscienza di Berlusconi oggi, ma di D’Alema, Prodi e un elenco sterminato di politici nel passato più o meno remoto, non parla la stessa lingua della coscienza di Guareschi. Mi viene da chiedermi: se questi personaggi non hanno rispetto per la Magistratura e non credono alla serietà del lavoro dei giudici, perché continuano a stare in politica? Chi vogliono rappresentare? Se sono loro i primi a sospettare che la Giustizia, in Italia, non è credibile, in cosa devono sperare i comuni cittadini che non hanno certo le spalle solidamente coperte dei politici?


Giovannino Guareschi è stato, e non ho dubbi in merito, uno dei più acuti, profondi e lucidi intellettuali del Novecento, un talento eclettico e vulcanico. Dai suoi scritti e i suoi capolavori grafici e vignettistici trasuda un’umanità che sembra ormai antiquariato, ma che, al contrario, è l’ornamento dell’uomo con la schiena diritta. E la sua lezione di dignità e onestà è la più disarmante delle risposte all’arroganza degli uomini di potere di qualsiasi colore.

mercoledì 28 ottobre 2009

Tecnica e interpretazione


Il video che apre questo post mi torna comodo per esemplificare una difficoltà che spesso trovo nel mio lavoro di agente letterario. Spesso, gli aspiranti autori o gli esordienti che si rivolgono alla nostra agenzia letteraria affermano, a difesa del loro dattiloscritto, che è scritto in italiano corretto. A parte il fatto che molto spesso non è così - ma questo potrebbe essere argomento di un altro post, se non di una serie di post (e mi propongo di farne a breve uno sulla punteggiatura, questa sconosciuta) - il saper scrivere in italiano corretto non è il primo passo per diventare scrittori. Altrimenti scrittori come Pirandello e Svevo, solo per rimanere ad un livello alto, non sarebbero mai stati ammessi sulle antologie letterarie, visto che il loro italiano non è certo quello cesellato e laccato di un D'Annunzio o quello meditato e ordinato di Manzoni. Negli ultimi decenni, poi, la straordinaria accelerazione tecnologica impressa dai computer e da internet in particolare ha investito anche il modo di parlare, di esprimersi e di comunicare, intaccando sensibilmente anche la grammatica italiana, da sempre un organismo in movimento ma che, negli ultimi tempi, è stata costretta a... fare un po' di corsetta, diciamo.
Quello che noi cerchiamo in un testo non è tanto la correttezza grammaticale, se la scorrettezza e la vicinanza alla lingua parlata (sgrammaticata per difetto genetico) è funzionale al successo del romanzo, e non è nemmeno il plot di sicuro effetto, la storia vincente.
La storia può essere semplice, semplicissima, quasi banale. La lingua può essere la più ricca o la più sciatta e trasandata, ma se il tono del romanzo è quello giusto, se l'autore riesce ad affrontare il proprio progetto facendo un lavoro ragionato, consapevole e, soprattutto, che sia vincente per la storia che vuole raccontare, allora l'agente letterario, l'editore e il lettore saranno disposti a perdonargli errori e infrazioni.
Il video che ho inserito all'inizio del post è, torno a ripetere, un esempio perfetto di quello che sto cercando di dire: Emma, la prima ragazza che canta, la bionda, non ha certo una voce tecnicamente perfetta. Anzi, ha tutt'altro che quella che si definisce una "bella voce". Come, al contrario, ha Arianna, la mora. Ma è evidente che Emma ha saputo leggere la canzone oggetto di sfida meglio di Arianna e non è difficile immaginare quale delle due possa avere vinto. E questo nonostante la tecnica e la precisione siano dalla parte di Arianna. Così come se solo gli intonati e i tecnicamente forti avessero fatto la storia della musica italiana ci saremmo persi campioni del calibro di Vasco Rossi, Gianna Nannini e Luciano Ligabue, che ci hanno regalato veri e propri capolavori, allo stesso modo uno scrittore non ha bisogno di un bagaglio di conoscenze grammaticali e narratologiche superiore alla media per scrivere un capolavoro. Altrimenti saremmo costretti a gettare al macero uno scrittore come Mauro Corona (e non mi sembra proprio il caso). Lo scrittore ha bisogno, quando ha una storia che gli gira per la testa, di trovare il modo giusto per raccontarla, per comunicarla. Insomma, per convincere il lettore che quello che ha tra le mani è un libro che merita di essere letto. E non tanto per la storia che si racconta, quanto per il modo che lo scrittore ha trovato per renderla originale e unica.
Purtroppo, però, nel mio lavoro quotidiano di agente letterario sono rari, rarissimi gli scrittori che hanno preso coscienza di questo principio fondante della narrativa. Così la mia casella di posta elettronica è invasa da decine di mail dove gli aspiranti scrittori sfogano tutta la loro frustrazione per un giudizio negativo denunciando la correttezza formale e strutturale dei loro scritti.
Non nascondo che spesso mi verrebbe da rispondere a queste persone con una domanda semplicissima: quanti libri leggete in un anno? Ma anche questo mi rendo conto che è argomento delicato, che meriterebbe un post tutto per sé.

giovedì 22 ottobre 2009

Per caso

Una riga di cipresso
spacca in due il colle
il bambino si nasconde
dietro il tronco
a riposare la fatica
di una salita troppo ripida
per due gambe di otto anni
e una bicicletta sempre più pesante
ad ogni giro di pedale.

Il nonno guarda
con orgoglio
il muto rumore
dei pini ier l'altro piantati
con fierezza
l'ansimante energia
del nipote.

Nel ventre ruvido e rigonfio
della maceria muschiata dal tempo
scorre un'estate
dal passato maggiorenne
la scoperta fantastica
dello sguardo nervoso e diffidente
della lucertola
il richiamo ancestrale
tramandato nei millenni
di ape in ape
il verde diseguale
che ha già in sé
il giallo del frumento
l'acuto e caldo dolore della spina
sentinella del frutto
che disseta il desiderio
dolce di dolce
curiosità del bambino.

Il silenzio
onda uguale e monotona di filo spinato
scoraggia il tempo
che non conosce il luogo.

Rughe intonse
comandano vie per gomme doloranti
e violentano
prati
boschi
pascoli
campi
che subito abbracciano
in serena indifferenza.

Il profumo dei colori sinuosi
incanta la mano
che carezza il sole
in riposo su un ciottolo di vetro
ogni graffio un giorno
unico testimone
di un tempo che non c'è.

Lo sguardo miope
rovista
scava
spolvera
fino a riconoscere
allo zenith dell'orizzonte
per caso
la conchiglia fossile
lasciata da un mare improbabile
lontano chilometri
forse dimenticato
ma sempre presente
nell'invisibile vento.

lunedì 19 ottobre 2009

Le prefiche del teatro (e dintorni)

Da mesi ormai il mondo del teatro e del cinema italiano è scosso dalla più funesta delle notizie: il taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo, altrimenti noto come FUS, da parte del Ministero dei Beni Culturali.
Sintetizzando al massimo il mondo degli artisti teatrali e dei cineasti ha lanciato l'ennesimo grido d'allarme contro la libertà di espressione artistica, sfociata nella pacata ma ferma condanna della lettera aperta al ministro Bondi da parte di una lunga lista di operatori dello spettacolo. Un piagnisteo generale che, nei teatri estivi, ha fatto sentire la sua voce prima dell'inizio degli spettacoli, con attori e registi che salivano sul palco a mendicare solidarietà per un atto che prepara un colpo di stato ormai da quindici anni imminente.
Ma non voglio buttarla in politica. O, per lo meno, non voglio impelagarmi in considerazioni di bassa e retorica politica. Già dal titolo del post e da queste poche righe chi ha orecchi per intendere ha capito come la penso politicamente.
Quello di cui mi meraviglio in questo post è la sfacciataggine e la mancanza di dignità e pudore degli "operatori dello spettacolo". Se tanti e tali artisti avessero un minimo di amor proprio e di rispetto per la propria arte, non starebbero a mendicare consensi e a piangere miseria, ma si rimboccherebbero le maniche e cercherebbero di fare quello che fa la stragrande maggioranza degli italiani (e dei cittadini di ogni paese del mondo): cercherebbero di guadagnarsi il pane. Perché se un artigiano non riesce a vendere i suoi prodotti è costretto a chiudere e se uno spettacolo non lo va a vedere nessuno a nessuno importa perché tanto le spese sono state già ampiamente coperte dai contributi statali? Perché se un negoziante non ce la fa a pagare l'affitto e le utenze mensili chiude bottega mentre i cineasti ingrassano con finanziamenti a pioggia per film che non stanno nelle sale più di un fine settimana?
Il teatro e il cinema dovrebbero vivere di se stessi. Ci si lamenta perché la gente non va più a teatro e ad ogni occasione attori e registi non fanno che raccomandarsi, nelle generose interviste televisive, di andare a vedere i film italiani, ma di chi è la colpa se teatri e cinema sono vuoti? Da quanto tempo non viene più scritto un copione teatrale di successo? Mentre i film italiani sono o ripetitivi nel loro pseudoimpegno politico e ideologico, o drammaticamente comici, con megaspot di multinazionali che trasudano da ogni scena.
Insomma, in poche parole: che fine hanno fatto il teatro e il cinema italiano? La colpa, naturalmente, è della televisione e dell'omologazione da reality show, ci dicono i santoni dello spettacolo. La verità è, invece, che il teatro e il cinema da ormai diverse decine di anni dorme i sonni tranquilli del sovvenzionato statale, lui sì carnefice della creatività. Ce lo diceva già Villon nel XV secolo: la fame è la più grande fonte di ispirazione per il poeta. E allora ben vengano le vacche magre per lo spettacolo italiano: sarebbe un atto di amore nei confronti del teatro e del cinema.