Da mesi ormai il mondo del teatro e del cinema italiano è scosso dalla più funesta delle notizie: il taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo, altrimenti noto come FUS, da parte del Ministero dei Beni Culturali.
Sintetizzando al massimo il mondo degli artisti teatrali e dei cineasti ha lanciato l'ennesimo grido d'allarme contro la libertà di espressione artistica, sfociata nella pacata ma ferma condanna della lettera aperta al ministro Bondi da parte di una lunga lista di operatori dello spettacolo. Un piagnisteo generale che, nei teatri estivi, ha fatto sentire la sua voce prima dell'inizio degli spettacoli, con attori e registi che salivano sul palco a mendicare solidarietà per un atto che prepara un colpo di stato ormai da quindici anni imminente.
Ma non voglio buttarla in politica. O, per lo meno, non voglio impelagarmi in considerazioni di bassa e retorica politica. Già dal titolo del post e da queste poche righe chi ha orecchi per intendere ha capito come la penso politicamente.
Quello di cui mi meraviglio in questo post è la sfacciataggine e la mancanza di dignità e pudore degli "operatori dello spettacolo". Se tanti e tali artisti avessero un minimo di amor proprio e di rispetto per la propria arte, non starebbero a mendicare consensi e a piangere miseria, ma si rimboccherebbero le maniche e cercherebbero di fare quello che fa la stragrande maggioranza degli italiani (e dei cittadini di ogni paese del mondo): cercherebbero di guadagnarsi il pane. Perché se un artigiano non riesce a vendere i suoi prodotti è costretto a chiudere e se uno spettacolo non lo va a vedere nessuno a nessuno importa perché tanto le spese sono state già ampiamente coperte dai contributi statali? Perché se un negoziante non ce la fa a pagare l'affitto e le utenze mensili chiude bottega mentre i cineasti ingrassano con finanziamenti a pioggia per film che non stanno nelle sale più di un fine settimana?
Il teatro e il cinema dovrebbero vivere di se stessi. Ci si lamenta perché la gente non va più a teatro e ad ogni occasione attori e registi non fanno che raccomandarsi, nelle generose interviste televisive, di andare a vedere i film italiani, ma di chi è la colpa se teatri e cinema sono vuoti? Da quanto tempo non viene più scritto un copione teatrale di successo? Mentre i film italiani sono o ripetitivi nel loro pseudoimpegno politico e ideologico, o drammaticamente comici, con megaspot di multinazionali che trasudano da ogni scena.
Insomma, in poche parole: che fine hanno fatto il teatro e il cinema italiano? La colpa, naturalmente, è della televisione e dell'omologazione da reality show, ci dicono i santoni dello spettacolo. La verità è, invece, che il teatro e il cinema da ormai diverse decine di anni dorme i sonni tranquilli del sovvenzionato statale, lui sì carnefice della creatività. Ce lo diceva già Villon nel XV secolo: la fame è la più grande fonte di ispirazione per il poeta. E allora ben vengano le vacche magre per lo spettacolo italiano: sarebbe un atto di amore nei confronti del teatro e del cinema.
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