- Offre la casa. – mi disse appoggiando sul tavolo un boccale di birra di mele.
Ero salita in sella all’alba: il monastero di Belesugen è lontano e già mi stanno aspettando. Ho attraversato il deserto roccioso di Hdreas senza mai fermarmi. Nella tundra ho fatto riposare il cavallo all’ombra delle colonne di Mertusag. Da quando sono ripartita mi sono fermata solo fuori da questa locanda. Mi sento così polverosa che anche l’anima sembra esserne ricoperta. Avrei bisogno di un bagno caldo e di dormire. Mi sento gli occhi impastati e pesanti come i macigni di Melsor. Ma l’oste sembra aver capito che ho bisogno soprattutto di bere e mangiare.
Il primo boccale mi serve per spegnere l’arsura: non sento nemmeno il gusto della birra. Ingoio tutto d’un sorso e solo quando sbatto il boccale di legno sul tavolo mi accorgo che l’oste è ancora dall’altra parte del tavolo, in piedi, che si sta asciugando le mani al grembiule. In risposta al mio ringraziamento si siede sullo sgabello.
- Tra poco arriverà lo stufato di cervo.
- Grazie. – e faccio per sciogliere il sacchetto degli imperiali dal mantello.
- No, la prego. – mi anticipa – Stasera lei è mia ospite.
- La ringrazio ma non posso accettare tanta generosità. Non si faccia ingannare dall’aspetto, non sono ricca, ma ho di che pagare da bere, da mangiare e da dormire a tutti i suoi clienti di stasera.
Nell’angolo più buio della locanda quattro cacciatori stanno giocando a dadi, urlando e bestemmiando. Poco distanti da noi un falconiere con un giovinetto, presumibilmente un suo apprendista, stanno mangiando conversando e ridendo. Al tavolo alle spalle dell’oste due guerriere con i capelli intrecciati al modo della setta di Imsar e una sacerdotessa con la tonaca verde dell’ordine delle caremitensi stanno studiando una cartina che tengono stesa sul tavolo, discutendo sulla via più sicura da seguire. Non si può certo dire che la locanda sia affollata. Dall’ampiezza del locale e dal numero di tavoli in sala s’intuisce che il locale ha conosciuto giorni migliori. Ma da quando l’imperatore è morto senza lasciare eredi e il regno è insanguinato dalla guerra di successione, chiunque può dire di aver conosciuto giorni migliori.
- Non lo metto in dubbio, – continua l’oste – ma la prego di accettare la mia ospitalità. E – aggiunge al mio accenno di replica – se proprio vuole ricompensarmi in qualche modo, mi dedichi un po’ del suo tempo.
Aspetta qualche secondo per gustarsi il mio smarrimento.
- So che è stanca e che avrebbe bisogno di dormire, ma le chiedo solo di ascoltare una storia. Le prometto che non sarà lunga: giusto il tempo di bere un altro paio di boccali di birra e saziarsi con lo stufato di cervo.
Una storia…
- Lei è una guerriera del sacro monastero di Belesugen.
Istintivamente porto la mano sulla medaglia che tiene chiuso il mantello. Come ha potuto riconoscermi? Viaggio in incognito, vestita come un messo. Come ha potuto riconoscere l’ideogramma segreto del fuoco di Belesugen? Solo dalla morte dell’imperatore siamo costrette a viaggiare travestite e portare la spilla con il nostro simbolo sacro per poterci immediatamente individuare quando ci incontriamo.
- Ho visto per la prima volta l’ideogramma del fuoco di Belesugen molti anni fa, quando ancora avevo la testa folta di capelli neri.- Si passa sorridendo triste una mano sui pochi capelli grigi che gli sono rimasti sopra le orecchie e sulla nuca. – Mio padre era morto da poco e mia madre… mia madre chissà dov’era. Non l’ho mai conosciuta se non attraverso la parole di mio padre, che parlava di lei come di una viandante figlia di qualche dio marino. Diceva che sapeva di sale, i suoi capelli erano sinuosi ed irrequieti come le onde del mare e i suoi occhi erano la memoria dell’oceano. Sin da bambino avevo aiutato mio padre: andavo a lavare le stoviglie al fiume, davo il fieno e l’acqua ai cavalli nella stalla, bollivo le lenzuola dopo che i clienti se ne erano andati. Quando sono rimasto l’unico proprietario della locanda è solo raddoppiato il lavoro da svolgere, perché già conoscevo tutto del nobile mestiere di oste.
Una donna corpulenta e visibilmente affaticata arriva al nostro tavolo con lo stufato e un boccale di birra.
- Grazie Modach – la gratifica l’oste – puoi andare a dormire, se vuoi. Pulisco io la cucina.
La donna pare ricadere su se stessa per il sollievo, ringrazia a sua volta, ci augura la buonanotte e sale con passo pesante la scala che porta alle camere.
- È Modach – mi informa l’oste – una povera vedova della guerra delle felci, con quattro figli. Un’ottima cuoca: lei cucina per i miei clienti ed in cambio insegno ai suoi bambini a leggere e scrivere. Da quando è morto l’imperatore è venuta ad abitare qui, l’unico posto veramente sicuro della regione. Se non altro essere proprietario di questa locanda ha il vantaggio dell’incolumità. Chiunque attraversa la foresta di Ocram deve fare sosta qui. Non c’è cavallo che abbia sufficiente forza e sia abbastanza veloce da attraversare tra l’alba e il tramonto l’intera regione. E tutti sanno che non è consigliabile viaggiare di notte o bivaccare all’aperto nella foresta di Ocram. Chi ci ha provato non ha potuto raccontarlo. A chi gioverebbe, dunque, distruggere l’unico ricovero nel raggio di duecento leghe? Nessuno è così pazzo da chiudersi l’unica porta sempre aperta nel suo prossimo viaggio attraverso la foresta. Perché lei lo sa, vero, che questi alberi custodiscono un incantesimo? Molti la considerano una maledizione, perché nemmeno la più intrepida amazzone imperiale s’inoltra nella regione di Ocram a cuor leggero. Ma a me piace pensare all’inevitabile ritorno all’ombra grave di questi alberi come ad un incantesimo. Forse perché il cielo che s’intravede tra il fitto fogliame è l’unico cielo che abbia mai visto e ai rumori ed odori di questo sottobosco mi sono affezionato. Vedo la bellezza laddove molti trovano inquietudine e pericolo. O forse per un più semplice e concreto tornaconto commerciale – ed abbraccia con un gesto delle braccia l’intera sala – non riesco a considerare l’irresistibile richiamo della foresta di Ocram, che chiede a chi l’attraversa di calpestare in direzione opposta i propri passi, una maledizione.
- Bene – continuò dopo una pausa – adesso che la fiera crudele della fame non la distrae più e può gustarsi la cucina di Modach, posso continuare a raccontare la mia storia.
Ero dunque rimasto solo ad occuparmi della locanda. Devo ammettere che, nonostante fossi nato tra barili di birra e pentole, i primi tempi non furono facili. Allora lo sguardo dell’imperatore arrivava anche nell’angolo più oscuro e nascosto del regno e nessuno osava violare lo stato di pace che l’imperatore aveva decretato il giorno della sua incoronazione. Le foreste e le strette gole della montagna di Utor erano affollate di mercanti, viandanti e pellegrini perché di più niente c’era da temere. La locanda ogni sera si riempiva di clienti stanchi ed affamati. Per me era difficile riuscire ad accontentare tutti, ma mai nessuno si è lamentato dei miei servizi.
Una mattina di inizio estate, quando il fitto fogliame non riesce ad arginare l’accecante esuberanza del sole, tutti gli ospiti della notte avevano ormai ripreso il loro cammino. Io stavo preparando la locanda ad accogliere i volti e le voci sconosciute che la sera Dio avrebbe fato approdare al mio locale. Quando sentii un mesto rumore di zoccoli. Come anche lei ben sa la mia locanda non è sulla via dei mercanti, che porta direttamente dalla capitale dell’impero alle regioni del mare. La strada che porta a questo rifugio, inoltre, muore nel fiume qua dietro, in un punto che non può essere guadato né navigato a causa delle forti correnti e dei massi affioranti. Non era normale, insomma, che qualcuno arrivasse alla locanda prima che il sole avesse cominciato la sua discesa dallo zenith. A meno che non fosse un ospite della notte appena trascorsa che si era dimenticato qualcosa in camera. Ma avevo già pulito tutte le camere e in nessuna avevo trovato oggetti smarriti. Eppoi il passo del cavallo di chi ripercorre la sua strada per recuperare una distrazione non è malinconico come quello che sentivo. Sbirciai dalla finestra e vidi avvicinarsi un cavallo stremato dalla fatica, cavalcato da una donna abbandonata sulla groppa dell’animale come se fosse morta.
Si svegliò la mattina del giorno dopo. Durante la notte aveva delirato gridando parole incomprensibili che nessuno dei miei ospiti, nonostante nella mia locanda si parlassero tutti gli idiomi del regno, era riuscito ad interpretare. La febbre non era ancora passata. La donna si portò una mano alla gola per farmi capire che aveva sete. Ogni suo gesto sembrava richiedere uno sforzo grandissimo: il solo tenere aperti gli occhi la spossava. Riuscì a bere un paio di sorsi dell’acqua aromatizzata che le porsi. Poi, sollevata, reclinò la testa e si riaddormentò.
La sera, mentre stavo pulendo la sala, sentii dei passi strascicati al piano di sopra. Mi voltai verso le scale e c’era lei, il volto di un pallore spettrale, accentuato dalla tenue luce che dalla sala penetrava fino al piano superiore. Feci appena in tempo a salire di corsa ed evitarle di rotolare giù. Balbettò qualcosa su un’importante missione che le era stata affidata prima di svenire. Rimasi tutta la notte accanto al letto. Il mio letto, dove già dal suo arrivo l’avevo fatta riposare. Nel sonno riprese a parlare nella lingua sconosciuta che avevo sentito durante il delirio del giorno prima. Mi accorsi che stava recitando delle formule magiche, o forse delle preghiere, e accompagnava le parole con dei gesti. La feci bere più volte e curai la febbre, che stava abbassandosi velocemente, con impacchi di acetolo bilioso.
La mattina, dopo che se ne fu andato l’ultimo ospite della notte, mi addormentai sul tavolo della cucina mentre asciugavo le stoviglie. Mi svegliò Orue, il corriere postale che passa ogni settimana. Salii in camera a vedere come stava la mia ospite, ma trovai il letto vuoto. Scesi di corsa nella stalla: il suo cavallo non c’era più. Se ne era andata in silenzio, così com’era arrivata. Non avevo avuto neanche il tempo di rivolgerle la parola. Rientrato nella locanda vidi un sacchetto appoggiato sul bancone. Conteneva 24 imperiali, due volte e mezzo l’incasso della migliore delle giornate.
Mi ero preso cura di quella dona per tre giorni ed avevo avuto tutto il tempo di ammirare la sua bellezza. Era molto giovane, forse più giovane di me. La febbre e la pelle bruciata dal sole non riuscivano a nascondere la freschezza della sua pelle. Nei pochi momenti che aveva tenuto gli occhi aperti ci avevo letto solo una disperata richiesta d’aiuto. Le arcane formule che aveva recitato mi risuonarono in testa per giorni e giorni, nei quali mi sentivo intossicato dalla sua presenza, che non voleva lasciarmi nemmeno quando dormivo. La sognavo che mi chiedeva aiuto, tendendo le braccia a me, mentre un’oscura forza la trascinava lontano. Ed io, per quanto corressi, non riuscivo a raggiungerla. Anzi, più mi affannavo a correre più si allontanava da me. Quando mi fermavo tornava ad avvicinarsi, fin quasi a toccarmi. Io gridavo le formule che avevo imparato da lei, ma non serviva a niente.
Alla fine dell’estate, quando avevo già da qualche tempo smesso di aspettare, con il sole alto sullo zenith, lo scalpiccio degli zoccoli del suo cavallo, successe una cosa mai verificatasi prima: quando il cielo da rosso si incupì nel nero della notte scoprendo le stelle, la locanda era ancora vuota. Nessun viandante sembrava, quel giorno, essersi avventurato tra gli ombrosi sentieri della foresta di Ocram. Nei fui molto meravigliato e mi domandai quali nuove avrebbero portato gli ospiti i giorni successivi. Perché qui alla locanda sappiamo tutto ciò che accade nel regno. Magari con qualche giorno di ritardo, ma non c’è matrimonio né guerra di cui non si parli alla locanda. Ne approfittai per godermi il vento fresco della notte e, cullato dal mormorio del fiume, mi addormentai seduto sullo scalino della veranda. Mi svegliai non so quanto tempo dopo, avvolto in un pesante mantello di lana. In piedi davanti a me una guerriera del sacro monastero di Belesugen.
“Salve buonuomo” mi salutò con un forte accento straniero “posso essere ricoverata presso la tua locanda per questa notte?” mi chiese in uno strano stile ampolloso al quale non ero abituato.
Le risposti che ero ben felice di dare il benvenuto al primo ospite della giornata.
Alla luce della lampada la riconobbi: era la donna che avevo soccorso. E lei sorrise della mia sorpresa.
“Questo è un giorno di ristoro per lei” mi disse, anticipando ogni mia intenzione di dire qualcosa “si segga e faccia conto di essere un ospite della sua taverna. No, non dica niente, riposi le sue membra. Parleremo quando la tavola sarà imbandita”.
Andò in cucina e preparò la cena: zuppa di cardi, cinghiale in umido e un dolce a base di nocciole che mai avevo mangiato. Mentre cenavamo potei finalmente parlarle e, simile ad un fiume che, per troppo tempo imbrigliato nella cataratta di una diga, quando viene finalmente lasciato libero di riprendere il proprio cammino, corre per cercare di recuperare il tempo perduto, inondando e devastando l’alveo inaridito, le raccontai i miei giorni da quando se ne era andata senza salutare. Scoprendo, nella narrazione, pensieri che solo allora affioravano. Lei mi ascoltò in silenzio, consumando con calma la sua cena. Quando smisi di parlare il fuoco del camino era diventato tenue bagliore di tizzoni e il fresco vino di Scerodian, spillato direttamente dalla botte, si era scaldato e aveva perso gran parte del suo carattere frizzante.
Si deterse in silenzio la bocca e le mani, con gesti precisi e misurati, come se eseguisse un rituale. Quando ebbe finito mi disse solo:
“Lo so”.
Sentii le se parole lontane, le capii a fatica. La testa era pesante e gli occhi mi si chiudevano per la stanchezza. Tanto che, pur vedendo che stava parlando, non riuscii a capire cosa stesse dicendo.
Quando mi risvegliai ero nel mio letto. Non era ancora l’alba: non un raggio di luce filtrava dalla finestra. Ero immerso nel buio più completo, perfettamente sveglio e riposato, come se avessi dormito per tre giorni. Feci per alzarmi, ma due mani mi si appoggiarono sul petto e mi impedirono di farlo. Lo stoppino della lampada prese fuoco: mi accorsi allora di essere completamente nudo. Lei era seduta sulla sponda del letto. Mi fece segno di stare zitto e mi baciò sulla bocca. Mai nessuna donna l’aveva fatto prima e mai nessuna l’ha rifatto dopo quella notte.
Mi prese poi le mani e me le portò ai lacci che le chiudevano sul petto la tunica da guerriera. Mentre le scioglievo i nodi mi sentivo goffo ed impacciato. Il folle rullare del cuore rendeva difficile mantenere il controllo delle mani. Nel frattempo lei si stava slegando la complicata pettinatura che le teneva raccolti i capelli. Quando finalmente le feci scivolare lungo le spalle la tunica, lasciando anche lei completamente nuda, fece cadere i suoi lunghi capelli, che alla luce della lampada balenavano di riflessi rosso mogano, lungo la schiena. Mi invitò ad alzarmi e questa volta fui io a baciarla. La baciai e la accarezzai con calma, cercando di tenere a freno il drago che mi graffiava le viscere e mi sputava fuoco dentro la testa.
“L’ideogramma del fuoco di Belesugen.” mi disse quando, baciandole l’ombelico, ebbi un attimo di esitazione “A tutte le guerriere del sacro monastero di Belesugen viene tatuato intorno all’ombelico. A nessuno, né uomo né donna, è dato vederlo. Chi lo ha visto è morto”. Percepì con un sorriso il mio brivido. “Ma cosa c’è di più simile alla morte dell’amore?”.
Mi accarezzò i capelli, poi mi trasse a sé e compresi quanto vere fossero le sue ultime parole.
L’oste fa una pausa e si asciuga furtivamente due lacrime che gli hanno incrinato le ultime parole.
- Quel simbolo – continua – era lo stesso che lei ha appeso al mantello… ecco perché l’ho subito riconosciuta, anche se sta viaggiando in incognito. – Si alza e va a riempire di birra il boccale. – Sicuramente vorrà sapere com’è andata a finire la storia. – riprese – Ebbene: la storia è già finita. Lei era una guerriera, sempre in viaggio da una regione all’altra dell’impero. Io un oste che non ha mai visto cosa ci sia al di là della foresta di Ocram.
“Sarò sempre con te” mi disse quando partì. Ma crede che mi potesse bastare? Non mi aveva detto niente che non sapessi già: lei era rimasta con me dal momento che era scomparsa la prima volta. Ma io: io sarei stato sempre con lei?
Qualche tempo dopo, quando il risentimento del momento era stato ormai soffocato dal doloroso ricordo di lei, successe qualcosa. Una notte sognai di stare a parlare con un uomo con un solo orecchio davanti al camino della locanda. La sera dopo, poco prima del tramonto, entrò nella locanda l’uomo del sogno e mi disse che mi portava notizie della guerriera di Belesugen. Rimanemmo a lungo a parlare davanti al camino, mentre gli altri ospiti erano a letto, proprio come nel sogno. Passò poco tempo prima che sognassi di trovare tra l’erba nel prato di fronte alla veranda un bracciale di cuoio ricamato con fili d’oro. Il giorno dopo diedi ricovero a un mendicante che volle ricompensare la mia generosità donandomi quello stesso bracciale di cuoio. In seguito sognai di inseguire un cervo in sella ad uno splendido cavallo pezzato, che la mattina trovai ad abbeverarsi al fiume.
Finalmente capii che le parole di lei non erano di circostanza e che lei era veramente lì, insieme a me, e in sogno mi diceva dove cercarla. Così ho amato la sua presenza per tutti questi anni.
Nove mesi fa, però, è morta. Una canzone che non ho mai sentito, cantata nella lingua che lei parlava nel delirio, ha iniziato a suonarmi nella testa. Ed ho capito che lei non era più con me. Per nove mesi la canzone mi ha accompagnato nella veglia. Da nove mesi non sogno più. Quando ho visto il suo medaglione la musica è sparita, la voce ha smesso di cantare.
Quale altra forma prenderà adesso il ricordo di lei?
L’oste si alza e si pulisce le mani al grembiule.
- Spero che lo stufato sia stato di suo gradimento. La sua stanza è pronta. Le ho fatto preparare anche una tinozza con l’acqua calda, se desidera fare un bagno. Buonanotte e grazie per aver ascoltato la mia storia.
Mi guardo intorno: la sala, ormai nella penombra per il consumarsi delle lampade, è vuota. Faccio per richiamare l’oste, ma non ne ho l’animo.
Avrei voluto rassicurarlo che la donna che gli aveva fatto conoscere l’amore non è morta, perché le guerriere del sacro monastero di Belesugen sono immortali.
Avrei voluto dirgli che la donna che aveva amato lo aveva ricambiato più di quanto si immaginasse, perché per lui ha sacrificato la verginità che le guerriere consacrano a Belesugen.
Che la sua amante era stata costretta a lasciarlo perché ogni quarant’anni le guerriere di Belesugen vengono portate in mezzo al deserto roccioso per rinascere da se stesse e recuperare la giovinezza perduta. Una lenta metamorfosi che dura nove mesi e che muta profondamente l’aspetto della consacrata al dio.
E che il canto che in tutto questo tempo ha sentito non era una trenodia, ma il disperato sforzo della sua amante di mantenere un contatto con lui.
Ma niente di tutto questo gli dico: il racconto del nostro amore è stato il suo modo di dirmi addio. E nessun immortale, per puro egoismo, ha il diritto di corrompere l’unico tesoro che l’oste si sarebbe portato nel viaggio oltre la morte.
mercoledì 11 novembre 2009
Il fuoco di Belesugen
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Finalmente ho avuto un momento per leggerlo tutto di fila. Scrivi molto bene, sei proprio bravo, potrebbe diventare un romanzo soprattutto perché nel racconto non si capisce come la guerriera abbia scelto lui. Una sola nota critica per un momento in cui ho perso di vista la scena che per il resto è sempre chiara e vivida: come fanno gli ospiti della locanda a sentire il delirio della donna quando dici che nessuno la capiva?
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