sabato 19 dicembre 2009

Mannaggia a Giannino

Non so se vi è mai capitato di leggere un articolo di giornale, il passo di un romanzo, una poesia o ascoltare una canzone e pensare: "Ma questa è come se l'avessi scritta io. Mi ha letto nel pensiero". Naturalmente non è mai così, in tutta probabilità noi saremmo stati meno abili dell'artista di turno ad esprimere gli stessi pensieri. O forse no, saremmo stati più incisivi. Fatto sta, però, che quella persona ci ha preceduto.
A me è capitato di recente, con un articolo di Oscar Giannino sull'ultimo numero di Panorama (n.52 del 22 dicembre 2009).
Ecco l'articolo, il quale non mi affatico nemmeno a commentare, tanto è chiaro e limpido:


Aveva torto o ragione Lev Tolstoj, nel dire che l'arma più potente dell'ignoranza è spesso la stampa? Se pensiamo al rapporto tra Silvio Berlusconi e un bel pezzo di informazione italiana, la risposta è più sì che no. Non faccio qui stampa contromilitante, rispetto a quella che da 15 anni combatte ardentemente il premier — nel caso di Repubblica-Espresso anzi più di 20, la radice sta nella lotta di allora per la Mondadori. Occorrerebbero pagine per elencare titoli, epiteti, accuse e forzature di accuse lanciati in due decenni contro Berlusconi: da corruttore della vita pubblica ai tempi di Bettino Craxi a corrotto al potere, da manipolatore dell'informazione e del costume a tout-court corruttore di minorenni. Giù giù fino al mafioso e anzi al «mandante di stragi», come a Repubblica è capitato di titolare, andando persino oltre quel che il signor Gaspare Spatuzza è stato recentemente condotto a dire in mondovisione. Propongo invece una semplice questione di fondo, intorno a che cosa animi la tenace macchina mediatico-giudiziaria.

L'informazione, da che esiste, si divide in due campi. Quella per cui la politica serve a guarire dei mali, o almeno a provarci. E quella per cui serve, invece, a vendicarli. Da 15 anni, l'anomalia Berlusconi — il tycoon ultroneo ed estraneo a ogni tradizionale ingessatura politico-istituzionale — discende da un'anomalia precedente. La sua è personale, la precedente sistemica. Siamo l'unico paese in cui sia stata spazzata via dalla scopa giudiziaria un'intera classe politica allorché, caduto il Muro, agli americani non convenne più pagare sottobanco pacchi di dollari per il teatrino italiano, equilibrando i rubli di Mosca. Ma Mani pulite non spazzò affatto via tutti: l'opposizione si salvò. Pensò di essere la vera e unica beneficiaria della purga antitangenti. Berlusconi, in 15 anni, l'ha reso però impossibile.
Non è stato il fantasma di una notte, ma il disco rosso di un'intera stagione storica, che era nata ben altrimenti, e non è mai arrivata al capolinea sperato dai purgatori. Tutte le volte che ha perso, Berlusconi ha sonoramente ribattuto la sinistra la volta dopo. L'ha mandata al manicomio, prima che all'opposizione. Le ha distrutto il sogno di un paese che aspettava da 50 anni solo che i ladri al governo finissero all'Inferno mediatico-giudiziario, per poi diventare il Paradiso della virtù politica, praticata con tanto di timbro degli angeli togati.
Ecco perché la frattura nell'informazione italiana, ancor oggi, è in realtà incolmabile. C'è chi pensa che il proprio compito sia di vendicare quest'offesa, che ha impedito l'adempimento storico a portata di mano. E c'è chi invece, molto più modestamente in verità, pensa che il punto sia tutt'altro: Berlusconi non si riduce a fenomeno ordinario senza prima curare l'anomalia che lo indusse a scendere in campo. Quella anomalia giudiziaria che ancor oggi, sotto elezioni regionali, prova a colpire a morte giunte uscenti di tutti i colori, sotto valanghe di atti la cui credibilità processuale si giudicherà tra anni, ma che intanto gli effetti politici li dispiegano subito.
In molti, dopo i denti spaccati e il naso rotto del premier in piazza del Duomo, si chiedono oggi che fare e come abbassare i toni a cominciare proprio dall'informazione. Nobile sforzo. Sarà, ma personalmente ci credo assai poco. A mutare i vendicatori, nella storia, di solito serve a poco la ragione. L'ira vive di vampe e fumi. Credono di essere Tacito contro Nerone. Per il bando e suicidio del novello autocrate, firmerebbero e salterebbero di gioia in molti. Contano anche sul fatto che ormai un paio di generazioni di giovani sono cresciute in un'Italia della cui storia contemporanea conoscono quasi solo questo, l'odio per Berlusconi come simbolo di ogni eccesso.
L'unica alternativa, allora, è usare grande fermezza e misura. Altrimenti, non sarà scritta solo su Berlusconi e sui suoi difetti una storia di parte. Ma su mezzo dopoguerra italiano, ridotto a stragi e raggiri puntualmente inconfessabili, perché sempre regolarmente miranti a impedire a chi perdeva ciò che invece virtuosamente gli spettava: governare malgrado le urne.

sabato 12 dicembre 2009

Linguaggio binario

Premetto che in questo post non credo di dire niente di particolarmente profondo e intelligente. Ho un’età che mi porta ormai a diffidare delle speculazioni filosofiche dilettantistiche. Soprattutto da quando ho letto la Critica della ragion pura di Kant. Quindi quelle che seguiranno saranno solo considerazioni e riflessioni a cuore aperto, indifese dagli attacchi delle critiche.
Tutti noi abbiamo un momento della giornata nel quale ci troviamo particolarmente esposti alla riflessione: la sigaretta del dopocena, il viaggio in auto al termine della giornata di lavoro, il telegiornale regionale. A me capita sotto la doccia. Non credo di esagerare se dico che la quasi totalità dei soggetti che poi sono diventati racconti o abbozzi di romanzo sono stati concepiti sotto la doccia (e, detto così, trova una sua giustificazione considerare la scrittura “un parto della mia immaginazione” e non “l’immaginazione di un parto”, una gravidanza isterica che potrebbe essere, al massimo, soggetto di un racconto… ma mi sa che mi sto allontanando troppo dalla costa, meglio ritornare in acque più tranquille, altrimenti sarò il primo a naufragare nella mia stessa scrittura).
Allora, dicevo che il momento della doccia proletargica e preonirica… insomma, quando faccio la doccia prima di andare a dormire la mente, sotto il rilassante picchiettare dell’acqua vaga libera e crea collegamenti, immagini e punti di vista i cui sottili fili continuo a seguire volentieri anche a getto d’acqua spento e accappatoio indossato.

Stasera, per esempio, senza alcuna giustificazione apparente ho cominciato a pensare al cammino della scrittura. A quanto si sia evoluta negli ultimi trent’anni e di come la tecnologia abbia dato la risposta più convincente ad uno dei nodi estetici della critica letteraria: l’apparente povertà del discorso sintetico è un valore o un difetto? L’asciuttezza di George Simenon è più efficace della scrittura magmatica di Ferdinand Celine? Non a caso ho evidenziato in corsivo e colorato in arancione la parola “evoluta”, nella quale risiede il mio personalissimo giudizio sulla questione. Pur preferendo l’economicità all’opulenza, sono convinto che un concetto veicolato da figure retoriche e artifici stilistici sia in grado di stuzzicare alcune zone sensibili al piacere della lettura che la scrittura “diretta” non riesce a raggiungere. Visto che siamo sotto Natale concedetemi questa similitudine: la scrittura sintetica è come un abete, bello ed imponente nella sua geometricità. Ma può diventare ancora più bello e attraente quando viene addobbato e caricato di palline e di luci con mano sapiente. Il nocciolo del discorso (l’abete) è lo stesso, solo che lo scrittore “alla Simenon” lo riproduce nella sua nudità, mentre lo scrittore “alla Celine” se lo immagina arricchito di decorazioni e fili argentati. Non voglio con questo esprimere un giudizio né su Simenon né su Celine, autori di due dei romanzi che hanno segnato la mia storia di lettore: Lettera al mio giudice è, al pari di Viaggio al termine della notte, una lezione di speleologia della psiche umana che non ha uguali nella storia della letteratura europea del Novecento. Il mio è solo un tentativo di descrivere due modi di scrivere per arrivare a dire che la tecnologia è arrivata a imporre il proprio punto di vista sulla questione obbligandoci ad iniziare a pensare in stile sms.

In meno di 200 caratteri, spazi e punteggiatura compresi, l’sms ci costringe:

1.
ad esprimere il proprio pensiero
2. ad essere esaustivi
3. ad essere intellegibili al destinatario del messaggio

perché gli sms costano (e in Italia più che ovunque nel mondo, ma questa è una polemica che lascio volentieri ad altri) e non sempre le cose da dire sono inscatolabili nello spazio angusto di un paio di centinaio di caratteri. Se escludiamo i vari tentativi di ottimizzare lo spazio (scrittura senza spazi e punteggiatura, uso raro e ridotto all’essenziale delle vocali, con effetto codice fiscale, acronimi più o meno pronunciabili, simboli che evocano stati d’animo o intenzioni sottese) l’sms come forma di comunicazione che sta prendendo sempre più campo e assumendo sempre maggiore importanza sta costringendo i professionisti della scrittura (ma anche chi semplicemente mal si adatta alla repentina mutazione ortografica, sintattica e grammaticale della lingua scritta) a confrontarsi con questa l’immediatezza del messaggio.

Possiamo dunque dire che l’sms si muove verso la sublimazione della comunicazione e che costringe la lingua a spogliarsi di tutto ciò che non è essenziale alla trasmissione sostanziale del messaggio? Nel mio piccolo io mi sento di dire di sì. Certo, la letteratura e la poesia sono altra cosa dalla semplice trasmissione di un messaggio, ma ciò non esclude che poeti e scrittori non si vogliano – ma soprattutto non si debbano – confrontare con uno stile di scrittura che miliardi di persone usano praticamente ogni giorno.

Dalla tecnologia, inoltre, stiamo ereditando un modo di pensare, ragionare e vedere le cose che ci fanno incamminare sul percorso inverso rispetto al lavoro degli ingegneri informatici. Fin dalla prima progettazione dei computer l’esigenza principe degli ingegneri è stata tradurre il codice binario, il linguaggio macchina (che parcellizza i problemi fino a ridurli a domande che richiedono solo una risposta positiva, identificata dal numero 1, o negativa, rappresentata dal numero 0), in un linguaggio comprensibile all’uomo. Adesso, invece, l’esigenza di immediatezza della comunicazione, la spoliazione di tutto ciò che sembra accessorio, fino ad intaccare la struttura fondamentale della parola e tutto il processo di miniaturizzazione della comunicazione, portano a pensare che anche il modo di ragionare costituisca una sorta di diastole tecnologica, con l’uomo che sta imparando a ragionare come le macchine dopo decenni di sistole in cui si cercava il modo di far ragionare la macchina come l’uomo.
Questa mutazione del pensiero, però, mi viene il sospetto che sia una specie di ritorno alle origini, quando la scelta era sopravvivere o soccombere e gli scrupoli morali, la considerazione di un diverso punto di vista, l’elaborazione di un’alternativa potevano aspettare. Anche la narrativa e la scrittura in genere sembra aver imboccato questa strada: seppure nella scrittura di invenzione, semplificando al massimo, lo scrittore compie sempre delle scelte alternative, con l’accensione o lo spegnimento di risposte che implicano l’una l’esclusione dell’altra, è pur vero che il “Se” ipotetico è alla base di ogni invenzione narrativa. E che, come “big bang” fantastico, esclude geneticamente l’aderenza alla realtà. Che sappiamo bene non essere di natura binaria.
Ora, la questione finale è: può la scrittura essere ridotta ad una serie di scelte binarie? Io penso di no. Sarà dunque per questo che la narrativa contemporanea soffre di orizzontalità? Tende cioè, a rimanere troppo in superficie e solo in rari casi accetta la scommessa della verticalità. Non dico che nel Ventunesimo secolo si debba replicare l’esperienza del romanzo russo dell’800 (il tempo è passato non a caso), magari una maggiore riflessione su cosa debba essere la letteratura, se specchio dei tempi o punto di rottura evoluzionistico con gli stessi, sarebbe caldamente richiesta.
… un momento… ho appena proposto un’alternativa binaria… allora è vero che… ci sono al mondo 10 tipi di persone: quelle che capiscono il linguaggio binario e quelle che non lo capiscono.